Giorgia Cavalli, promessa dell’arrampicata, con lo sguardo rivolto verso l’alto. Non sarà il diabete ad impedirle di raggiungere la vetta.

Non so se avete presente il suono che è in grado di produrre la voce di una ragazza di 14 anni innamorata della vita.
Non so se avete presente la rincorsa alle parole – che è quasi affanno – l’appoggio sulle ultime sillabe, l’aperture delle prime.
Non so se avete presente una finestra che viene spalancata da una folata di vento, e le cose della stanza che volano da tutte le parti, in maniera disordinata ma inequivocabilmente poetica.
Così mi sento dopo aver parlato con Giorgia Cavalli, esattamente come se mi avesse sorpresa una folata di vento che mi ha scompigliato dalla testa ai piedi.

È un giovedì e lei si trova al CUS di Torino (Centro Universitario Sportivo); si sta allenando.
I rumori li sento in sottofondo, mentre parlo con Diego La Porta, suo allenatore da 3 anni, che mi racconta di questo sport, l’arrampicata, nel quale Giorgia eccelle e che a me, che soffro di vertigini, ha sempre incuriosito moltissimo.
“La corsa, ad esempio, dà dipendenza; invece l’arrampicata ti porta in uno stato di benessere”, mi dice. “È uno sport individuale, ma si pratica in coppia. È uno sport che verte sulla fiducia, perché mentre tu ti arrampichi, un’altra persona si occupa della tua sicurezza, e infine è un sport che ti porta a viaggiare, a scoprire il mondo”.
E poi, anche visivamente, a me sembra una perfetta metafora della vita.
La parete è lì davanti. Ti è chiesto di salire, di arrivare fino alla meta, e poi, una volta lì, di accettare la discesa.
“Prima di iniziare, mi capita di pensare ad un passaggio particolarmente difficile… Lo vedo impossibile… ma poi, una volta che sono lì, trovo il modo e lo supero”, mi dice Giorgia.

Dev’essere stupendo. Risolvere questo rebus fisico, grazie all’incastro di mani e piedi, grazie alla forza, alla ponderatezza, al comprendere come va messo il corpo, a cosa deve fare la testa.
“Mentre salgo, non penso a nulla, penso solo a scalare, mi concentro su quello”. Questo capita anche nello yoga, penso. E in tutte le discipline che richiedono la tua presenza nel tempo presente, con la testa rivolta esclusivamente a quello che stai facendo. E me lo conferma anche Diego: “quando scali non pensi. Se pensi sei distratto”.
E poi c’è il tema della paura. “Ti metti in discussione ogni volta. Più ti avvicini al tuo limite tecnico/fisico, più devi confrontarti con la componente emotiva. Ansia da prestazione, paura di deludere, paura di non farcela”, continua Diego. “Un allenatore non ti deve dire cosa fare. Nell’arrampicata non c’è una soluzione ripetibile. Quello che si devono dare sono gli strumenti”.
Ma guarda un po’. Potrebbe dirlo un padre a una figlia. Potrebbe dirlo un maestro a un discepolo.
Le soluzioni preconfezionate, ahimè, non esistono.
Vale lo stesso per il diabete.
Come si gestisce? Dove la trovo la soluzione? Cosa devo fare?
Ognuno risponde a suo modo.

Giorgia, che ha il diabete di tipo 1 da quando aveva 11 anni, mi colpisce con un’altra inaspettata folata di vento, che mi spettina via telefono: “io ora lo considero un punto di forza”.
“Un punto di forza?” le chiedo.
“Sì. Ha contribuito a formare il mio carattere. A me piace la Giorgia che sono adesso”.
A Giorgia piace Giorgia.
E anche a me. Tanto. Per questa grinta, per la determinazione, per il modo in cui mi descrive cosa si prova ad avere a che fare con uno sport così adrenalinico. Per il fatto che a lei viene naturale pensare in positivo, dalle piccole cose in avanti. “Io ad esempio, se me lo chiedi, ti dico che domani sicuramente ci sarà il sole. Non penso mai alla pioggia”.
Io voglio stare nella squadra di Giorgia. Nella squadra di quelli che puntano sul fatto che accadranno cose belle. Nella squadra di quelli che hanno fiducia.
E ne è convinta anche alla luce di una gara importante – disputata poche settimana fa – che non ha portato i risultati sperati, a causa di una iperglicemia improvvisa.
“Non è andata molto bene.” mi racconta “Però mi è servito. Ci ho sbattuto il naso contro, e ora so che devo calibrare con attenzione il mio diabete. Devo farci i conti”.
“Perché sai”, conclude, “io non voglio sopravvivere alla vita. Io voglio viverla”.

Non so se avete presente il suono che è in grado di produrre la voce di una ragazza di 14 anni che sogna un futuro in Nazionale, e che ancora più in là, si vede come guida alpina o preparatrice atletica, o comunque presa da mille passioni diverse che tirano da tutte le parti e che non vedono l’ora di diventare qualcosa di reale.
Non so se l’avete presente, ma ve lo assicuro, è un suono che non smetteresti mai di ascoltare.

A cura di Patrizia Dall’Argine