Un’avventura durata un anno, pedalando per 18.000 km col diabete. Ecco il ritratto di una combattente: Chiara Ricciardi

“E, alla fine, quante fette di torta hai mangiato Chiara?”
“Innumerevoli…ho perso il conto” mi risponde ridendo. “Ma sono state molte. L’ultima: una meringa, a Singapore.”
La prima me la voglio immaginare, invece, appena fuori Cesena, dove tutto è iniziato, sfrecciando attraverso una campagna che si conosce bene, diretti verso qualcosa che conosciuto, invece, non è.
Stiamo parlando, infatti, di una storia di grandi distanze, di pedalate, di dolci… e di diabete.
Stiamo parlando di un’avventura. Di un anno per arrivare in bici da Cesena a Singapore. Di un anno per attraversare mezzo mondo con la sola forza delle proprie gambe, con il solo incoraggiamento della propria volontà e della più ferrea determinazione.
Dove può arrivare un essere umano? Lontano… decisamente lontano.

“For a piece of cake” è il nome del progetto lanciato da Chiara Ricciardi e Riccardo Rocchi, che in moltissimi – col fiato sospeso – hanno seguito, mentre questi due sognatori si facevano 18.000 km su due ruote.
Sognatori sì, ma non confondiamoci. Perché Chiara e Riccardo sono due che non se ne fanno nulla di un sogno, se non possono renderlo reale. Sono due che se lo pensano, se ci credono, se lo vedono, lo realizzano. Potete contarci.
Non è cosa di tutti. È cosa di pochi, di pochissimi.
Se poi in mezzo c’è pure il diabete, verrebbe da lasciar perdere ancor prima di cominciare.
Ma non scherziamo, per favore, che c’è da andarsi a prendere il mondo, sembra rispondere Chiara.
Non scherziamo, per favore, siamo seri.
Che il diabete non può averla vinta. Non può decidere, al massimo può accompagnare.
Come uno zaino in più, insieme a quelli ben posizionati sulla bici.

Mentre il corpo lavorava costantemente, i Paesi venivano conquistati uno ad uno, e l’alimentazione mutava in continuazione, seguendo le tradizioni culinarie del posto, Chiara è riuscita a trovare un equilibrio (non a caso, una volta rientrata a Cesena, ha potuto verificare che gli esami dell’emoglobina glicata erano perfetti).
“Prima di partire utilizzavo già il microinfusore, la vera novità del viaggio è stato il sensore. Man mano abbiamo preso confidenza e ci ha aiutato parecchio nella gestione del diabete”.
Mi fa venire un sussulto questo plurale che utilizza all’improvviso, che arriva quasi come una stilettata, ma di quelle che ti fa piacere ricevere.
Perché è proprio così, in due si parte, in due si divide il fardello.
Anche Riccardo è responsabile della salute di Chiara. “Anzi”, conferma lei, “spesso è molto più preciso di me”.

Lo sguardo di chi ti vuol bene, è uno sguardo-scudo. È uno sguardo-ombrello.
Mica puoi evitare che piova. Mica puoi togliere il diabete a chi ce l’ha. Ma puoi esserci. Attivamente, profondamente, realmente esserci.
Essere lì, a condividere tutto, le salite, le discese.
Essere presente nei 60 km in Nepal che ti portano allo straordinario spettacolo dell’Himalaya, rosa di tramonto; oppure alle prese con un’improvvisa ipoglicemia.
E il mondo è passato, sotto di loro, attraverso peripezie di ogni genere, rotte da modificare, momenti di scoramento dettati da posti di grande complessità come l’India – non adatta per essere attraversata in bici – mentre il loro legame si è fatto sempre più saldo, sempre più solido.
Perché, quel che si dice è vero, ci si misura sulla lunga distanza. E in questo caso, non parliamo in termini metaforici.

“Arrivare”, mi dice Chiara, “è stato un momento molto particolare, quasi triste… Era la fine dell’avventura”
Ora, tornati a casa, la narrazione di questa grande esperienza è proseguita attraverso una mostra a Cesena, con le foto di viaggio scattate da Riccardo.
Tra poco Chiara si dovrà cimentare nel lavoro di ingegnere. “Per la prima volta, faccio quello per cui ho studiato” – mi dice – “e devo dire che la cosa mi emoziona molto”.
Lo immagino… anche questa è una sfida.
E anche sedimentare la mole di emozioni, di vita, di fatica, di esperienze vissute in un anno di mobilità, in cui ogni giorno è stato diverso da un altro, lo è.
C’è bisogno di tempo. E spero che Chiara e Riccardo se lo prendano.
Ma sarò sincera… devo esserlo, per forza. Mi auguro di poterli seguire di nuovo, in futuro.
Mi auguro di vedere, attraverso i loro 4 occhi, altre porzioni di mondo, o altre porzioni del loro mondo interiore, dal quale, per davvero, c’è molto da imparare.

Patrizia Dall’Argine