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Associazioni
LA SOCIETÀ DEGLI SPECIALISTI OSPEDALIERI

Perché ci vuole il diabetologo

Colloquio con il professor Carleo, presidente della Simdo, associazione che si batte per la valorizzazione dell’assistenza specialistica a chi ha il diabete

Da più di quindici anni opera in Italia la Simdo (Società italiana medici diabetologi ospedalieri), che riunisce circa 350 iscritti ed è impegnata nel compito di valorizzare la figura del medico diabetologo che lavora in ospedale (il suo sito Internet è www.simdo.it). Abbiamo parlato con il suo presidente e fondatore, il professor Renato Carleo, direttore dell’Unità operativa  complessa di malattie del metabolismo (con Centro diabetologico  di riferimento) dell'Asl Napoli 1 dell'Ospedale San Gennaro, che segue circa cinquantamila diabetici napoletani.

Come nasce la Simdo, professor Carleo?
La società nasce nel 1990, epoca in cui la diabetologia ospedaliera stava vivendo momenti terribili, in quanto la medicina interna e la endocrinologia non davano spazio a questa materia, che ha proprie peculiarità. Il diabetico è un paziente particolare che va visto in un’ottica di assistenza che né l’internista né l’endocrinologo puro sono in grado di affrontare adeguatamente. Si voleva quindi un gruppo che si dedicasse esclusivamente al paziente diabetico ospedalizzato creando sistemi di controllo di tutte le patologie secondarie da cui è affetto. La Simdo nasceva in risposta a questa tendenza a banalizzare il diabete e il diabetologo, ridotto a glicemologo. La Simdo nasce dunque per rivalutare la figura del diabetologo ospedaliero e per contribuire alla sua formazione e cultura. Non c’era ancora l’Ecm, ma nel nostro statuto c’era fin dall’inizio l’obiettivo di promuovere corsi per personale medico e infermieristico.

E avete ottenuto quello che volevate?
C’è stato un periodo in cui abbiamo visto le cose migliorare, si sono creati i primi reparti di diabetologia e le unità operative complesse di malattie metaboliche, ma poi la spinta iniziale è cessata e attualmente siamo a un blocco. Oggi c’è di nuovo la tendenza a far rientrare la diabetologia nell’ambito delle strutture dipartimentali di medicina, facendo perdere ancora una volta la peculiarità di questa branca. In diverse regioni si sono già ridotte alcune divisioni e sono stati chiusi alcuni reparti di diabetologia.
Sembrerebbe un ritorno al passato.
Sì, ma proprio mentre a livello mondiale si stanno moltiplicando i pazienti diabetici e si parla di epidemia. Laddove c’è più necessità di prevenzione e controllo delle complicazioni tardive del diabete, da parte della Sanità pubblica si tende a contrarre. Oggi assistere bene un diabetico costa, ma ne vale la pena, perché  il nostro scopo è la prevenzione, che ci permette di ridurre l’incidenza delle complicanze maggiori, quelle cardiovascolari e quelle del piede diabetico. Invece, oggi il fattore costo-spesa diventa determinante nella gestione della patologia, a tutto danno del paziente. Il diabetico, che ha bisogno di assistenza continua, tendenzialmente crescente con l’età, ha di fronte a sé una situazione in cui, per contenere la spesa, si agisce sulla limitazione delle strutture. Ma così facendo, nel giro di alcuni anni ci ritroveremo di fronte ad aumenti di costi per le complicanze maggiori del diabete.

Che rischi vedete in prospettiva?
Il rischio oggi è che il diabetico sfugga allo specialista, cioè all’unico che è in grado di affrontare questa patologia nella sua complessità. La mentalità dell’internista, per quanto sia aperta, può portarlo a trascurare la specificità del diabete. Noi, come Simdo, non siamo nemmeno d’accordo con l’idea che il paziente sia seguito dai medici di base, non certo perché non siano bravi, ma semplicemente perché la loro esperienza è relativa, non paragonabile a quella di un diabetologo. Ci vuole una struttura ospedaliera dedicata.

Pensa che la riforma federalista potrà influire negativamente sulla situazione?
Esiste il rischio che le regioni più povere tendano a spendere meno per i loro assistiti,  mentre le più ricche avranno più denaro a loro disposizione, con squilibri tra una parte e l’atra d’Italia. Ma ho fiducia che questo non succederà. L’impegno di diabetologi e pubblica amministrazione è di evitare situazioni di questo tipo, si pensa a meccanismi perequativi a favore delle regioni più svantaggiate. Non credo che il federalismo potrà far perdere il senso di umanità del processo medico, specialmente per il diabete, una malattia sociale che interessa tutti.

Quindi, il fronte su cui Simdo è oggi più impegnata è in fondo quello stesso per cui è nata?
Sì. La battaglia è stata fatta, qualche risultato è stato ottenuto, ma i problemi non sono risolti. Forse il risultato più importante che abbiamo ottenuto è che Sid e Amd, due grandi società scientifiche su cui non si discute, abbiano fatto proprie alcune problematiche poste dalla Simdo, un’associazione limitata nelle sue dimensioni dal fatto di essere finalizzata alle strutture pubbliche di tipo ospedaliero. Per esempio, in campo assistenziale, con il riconoscimento formale delle strutture complesse di diabetologia.

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