L’importanza di saper perdere: Luisa Codeluppi racconta quanto è importante fare pace con i propri limiti

 

L’importanza di saper perdere. Luisa Codeluppi ci racconta quanto sia importante fare pace con i propri limiti, rivalutare in termini più umani le parole sconfitta e vittoria, e dialogare con sincerità con le proprie paure

“Ho solo una richiesta per la prossima vita: che me la diano LEGGERA”.
Questo scrive Luisa Codeluppi nel suo secondo libro Del diabete, dell’amore e di altre briciole di vita (prenotabile su Amazon e in tutte le librerie).
Voglio dire, non chiede Luisa – o meglio Lu, per tutti quelli che la seguono, la conoscono e le vogliono bene, aggiungerei – più amore, o amicizia, o intensità, o mistero, o ambizione, o tranquillità di tipo economiche e di qualsiasi altro tipo.
La vuole Leggera. Leggera… in maiuscolo.
Molto leggera, per favore. Una piuma di vita, se si potesse.
“La mia vita è intensa, ricca di amore giusto, ho avuto soddisfazioni, scambi relazionali profondi”, aggiunge. Ma di leggerezza poca o niente.

È che sulle spalle di Luisa, da parecchi anni, c’è il diabete di tipo 1.
Un fardello pesante, che non puoi buttare a terra, che non puoi prendere a calci, forte, urlando “Adesso, sai che c’è? Ti lascio qui, per sempre!”.
No, il diabete, te lo devi portare dietro. O dentro.
Te lo porti in discesa e in salita. E dopo parecchie salite e alcune discese, Luisa è arrivata a conclusioni molto precise riguardo questa malattia, che non si vede, e proprio per questo – a causa di questo – è svuotata della grande portata che, invece, le spetta. Invisibile quindi inconsistente. Invisibile quindi non valutabile. Da qui a sminuire, da qui a banalizzare – tremendamente banalizzare – il passo è breve.
Da qui a dire: “Tanto puoi fare qualsiasi cosa” il passo è brevissimo.
C’è un limite, ci sono dei limiti che la malattia dà. E il concetto di limite fa una paura folle.
Nessuno di noi li vuole i limiti.
Tutti ci vogliamo illimitati, infiniti, che fa ridere al solo pensiero.
Tutti dobbiamo essere in grado di sapere fare tutto.
Tutti possiamo tutto.
Che paura.
Se uno si ferma a riflettere, fa paura.

“Dopo qualche anno dall’esordio, ho iniziato a sentirmi sola…”, racconta Lu, “All’epoca continuavano a ripetermi che con impegno la malattia sarebbe stata facilmente gestibile, che col diabete si faceva una vita normale”.
Con premesse di questo tipo, una cosa è certa: alla prima serie di sconfitte, la frustrazione comincerà a bussare alla porta così forte che non ci sarà altra alternativa se non quella di aprire.
“Uno dei momenti più difficile della mia vita fu quando, dopo i primi anni, il mio diabete cominciò a peggiorare. La diabetologa diventò inflessibile, io divenni inflessibile con me stessa e scoppiai”. E aggiunge: “l’avrei vissuta diversamente se mi avessero detto che il diabete di tipo 1 è una malattia non facilmente gestibile, non matematizzabile, contraddittoria e mutabile”.
E quindi ci ha pensato lei a dirlo.
L’ha fatto scrivendo sui giornalini delle associazioni, poi nei gruppi in rete, poi col suo primo libro Lu, la mia vita col diabete 1 (attualmente disponibile solo su Amazon), ha continuato a farlo tramite i social, trovando il consenso, ma forse, meglio sarebbe dire il sollievo di tante persone che la vivono e la vedono come lei.

Ah… quindi non devo essere un super uomo?
No, non devi. Devi essere solo un uomo.
Puoi avere paura. Puoi sentirti perso. Puoi non capirci niente e sbagliare. E sbagliare. E ancora sbagliare. Puoi collezionare una serie di insuccessi, e comunque va bene.
I limiti, si diceva.
Benedetti limiti.

Luisa ritiene che solo dopo aver guardato con lucidità i limiti e le difficoltà che la malattia presenta, si può iniziare a cercare le strategie per affrontarla.

“Non ho mai creduto che guardando il nemico negli occhi ci si possa scorgere bellezza, né bontà…ma forse ci si può vedere riflessa la propria forza” E continua “Guardo a me stessa come a una persona che cerca di manipolare al meglio l’esistenza che il destino mi ha dato, che non è un’esistenza semplice, credo che menta a sé stesso chi dice il contrario”.
Altro bel tema, penso, quello di non mentirsi. Quello di guardare in faccia alle cose, a chiamarle col proprio nome. Sfuggire alla pratica rincuorante ma dannosissima dell’edulcorare.
“Quando le persone hanno cominciato a leggere ciò che scrivevo e a riconoscersi completamente in molti degli aspetti che raccontavo, anche quelli considerati tabù, anche quelli di cui non si poteva parlare, ho capito che non ero io a essere diversa, che c’era pudore o paura o difficoltà nel dire certe cose e ho cominciato a sentirmi utile”.
Lu che cosa ha fatto, in fondo? Ha preso il diabete e l’ha messo a nudo. Per tutti coloro che hanno voglia di guardare, prego, un passo avanti.

A cura di Patrizia Dall’Argine