Samuele Fenu: la storia di un Ironman della vita

Un uomo felice.
Difficile da scovare un uomo felice, no? Quasi utopistico pensare di associare la condizione umana, contraddittoria per definizione, insoddisfatta, travagliata, a una qualità esistenziale così alta, così tanto anelata da tutti noi.
Perché io non mi riferisco alla felicità a breve durata, legata al contingente. Parlo di felicità a lungo termine, parlo di un contratto a tempo indeterminato.
Un uomo felice, felice così, io l’ho trovato. Si chiama Samuele Fenu, ha 38 anni, è cagliaritano e si è trasferito a Lucerna per amore.
Non me lo immagino il tedesco con l’accento sardo. Dev’essere bizzarro.
Ma ho qui, quasi come un asso nella manica, una cosa che bizzarra lo è ancora di più: quest’uomo ha coniato un motto, “I love diabete”, che ha lasciato interdetti molti, e che è stato compreso da molti altri.

“È vero che ami il tuo diabete, Samuele?” gli chiedo.
“È vero” mi risponde. “Ma c’è voluto tempo. Ed è avvenuto con la piena accettazione della patologia. A quel punto ho iniziato a pensare a quello che mi aveva portato il diabete, e non a quello che mi aveva tolto. Ad esempio, la ricerca di particolari cibi, la cura del mio corpo, l’attività fisica, la meditazione. Ho compreso tutto questo, durante il mio primo mezzo Ironman. Ho compreso che ero lì perché il diabete mi aveva portato lì”.
Mezzo Ironman sono 1,9 km nuoto, 90 km bicicletta più mezza maratona finale. E Samuele l’ha fatto. Ma non si è accontentato.
Lo scorso luglio 2017, a Zurigo, Samuele ha portato a termine il suo primo Ironman: 3.8 km di nuoto, 180 km di bici e 42,2 km di corsa, in totale ben 13 ore di fatica.

Quante volte di fronte a imprese di questo calibro viene spontaneo ragionare in termine di superamento dei propri limiti? Bene, secondo Samuele, è meglio tenersi alla larga da definizioni di questo tipo, ingannevoli, e forse più adatte agli stereotipi di un mondo pubblicitario.
“Spesso non ci rendiamo conto di tutto quello che possiamo fare dentro il limite.”
Touché.
È proprio così. È davvero questa la chiave della questione. Se l’hai fatto, se l’hai portato a termine, era dentro al tuo limite di possibilità. E allora, ragionando attraverso questa singolare prospettiva, viene da pensare a quanto possiamo fare nel nostro piccolo. A quanto il nostro piccolo sia, in realtà immenso.
Entro al limite ci siamo noi. Un mondo intero, una miriade di possibilità.

Per Samuele 13 ore di fatica sono un’esperienza superba e umanissima, che è costata sacrificio, ma che può essere realizzata. La differenza è stata fatta, certo, ma dentro il limite.
Il suo essere ironman mi sembra, quindi, più associato alla invidiabile capacità di vivere il presente, al fatto di saper assaporare un’esperienza senza l’ansia da prestazione (“durante tutta la durata delle tre prove non ho mai controllato il tempo… Perché quando sei schiavo del tempo, è il tuo ego che comanda”), al desiderio di lavorare su sé stessi per essere in grado di non produrre rabbia.
Progetto Ironman Diabete esplora la possibilità di uomo di ferro differente.
E quando infatti gli chiedo di definirmi la parola “vittoria” dal suo punto di vista, non mi racconta delle grandi imprese di cui è stato protagonista.
Tutt’altro. Una vittoria, per questo cagliaritano trasferitosi a Lucerna, è svegliarsi la mattina, sapendo che c’è tanto da realizzare, e lavorare sodo affinché questo avvenga.
Insomma “se vuoi farlo, lo farai”, oppure troverai una scusa.
Anche la paura, dopo aver parlato con lui, sembra qualcosa di lontano, effimero, che possiamo gestire. Ma non è sempre così, ovviamente e per fortuna, perché se di accettazione di limiti parliamo, allora dobbiamo parlarne a 360°.

L’ANIADAssociazione Nazionale Italiana Atleti Diabetici – con la quale Samuele collabora, è certamente il luogo ideale per affrontare questa paura, per chiedere consigli, confrontare le terapie, comprendere come lavorare a favore del corpo e dello spirito.
E continuare la ricerca, verso quella felicità a lungo termine, verso quell’unico contratto a tempo indeterminato, del quale, davvero, non possiamo fare a meno.

Patrizia Dall’Argine