Claudio Gotti: un campione dei motori che corre più forte del suo diabete

“La parola impossibile è nera. Io posso splende come l’oro”.
L’ha scritto Catherine Cookson e lo sottoscrive Claudio Gotti, che nella vita se l’è sentito dire spesso: mi spiace, ma proprio non puoi.

Ha avuto modo di sperimentare, quindi, quanto profondamente nera fosse quella parola e quanto profondamente splendesse il suo contrario.
Posso, si è detto, un giorno. E ha scelto una vita in cui questa affermazione fosse al centro.
Posso, ha detto a tutti quanti e ha dato voce alla sua passione, o meglio, la sua passione ha dato voce a lui.
“Fin da bambino, da piccolissimo, chiedevo ai miei genitori di portarmi a vedere le gare che passano da Udine. Ho sempre nutrito un amore incondizionato verse la Parigi Dakar, la gara più difficile al mondo”.
Alcune passioni, anche se si manifestano in età giovanissima, non sono eredità dei genitori. Qualcosa ci tira. Qualcosa ci chiama. Ci identifichiamo senza sapere perché, senza averne le nozioni.
Io? Proprio io? Viene da chiedersi. Tu, proprio tu, sentiamo rispondere.
Vocazione, si potrebbe definire.

Claudio vuole correre, lo vuole fare anche quando a 7 anni gli viene diagnosticato il diabete di tipo 1, lo vuole fare anche se suo padre si prodiga in tutti i modi per fargli dimenticare questa idea, proponendogli svariati tipi di attività e sport alternativi. Lo vuole fare e basta e a 16 anni inizia. È più cosciente del diabete, si sente pronto, si sente all’altezza e a quel punto anche l’opposizione del padre si tramuta in totale appoggio.
Quella è la strada per una serie di vittorie, che continuano anche quando, a 20 anni, decide di abbandonare il karting e di cimentarsi nel rally.
3° posto nel campionato Triveneto del 2009, vicecampione regionale piloti nel 2010, primo posto nella cronoscalata Cividale-Castelmonte nel 2013 e semifinalista del concorso Rally Italia talent del 2015.
E adesso sta cercando i fondi per un rally nel deserto – l’Intercontinental Rally – una competizione di oltre 3000 km tra Spagna, Marocco, Mauritania e Senegal.

“Il deserto mi affascina da sempre. So che è molto dura, perché all’interno dell’abitacolo si sfiorano temperature di 50 gradi, quindi c’è un forte problema di disidratazione. Quest’estate, per cercare di simulare quel tipo di caldo correvo nelle ore più calde, coprendomi il più possibile.”
Claudio, come tutti coloro che praticano uno sport agonistico, alterna un registro tecnico – che mi fa percepire l’amore verso questa disciplina – a uno prettamente sognante – che mi fa percepire la gioia del poterla praticare.
Mi parla della grande capacità di adattamento che richiede questo sport, alla prontezza di riflessi nell’affrontare l’imprevisto – che c’è sempre, inevitabilmente – e alla necessità di calma e sangue freddo.
“Il diabete” aggiunge “non è mai stato squalificante. Grazie alle nuove tecnologie, all’ausilio del sensore, e all’utilizzo del microinfusore, si è notevolmente modificata la gestione della malattia. All’inizio, quando viene diagnosticato, sembra che la vita finisca. Ma non finisce.”

Certo, con tutti quei sogni da realizzare. Con tutti quei podi da conquistare.
Con tutti quei deserti da attraversare.
Continua. Di corsa, continua.

a cura di Patrizia Dall’Argine