Carlo Balduzzi. Quando il diabete diventa turbo-diabete e si ingrana la quinta dimenticandosi della retromarcia.

Pensavo, oggi, alle cose che ci toccano perché ne siamo a conoscenza e alle cose che ci toccano perché le abbiamo provate.
C’è una realtà diversa nell’esperienza. Per iniziare non è preconcetta. È quello che è.
Né più brutta, né più bella. È solo, esclusivamente, quello che è.
La stessa esperienza però può essere accolta in maniera differente.
Il diabete, ad esempio, è una realtà che tocca circa 3 milioni di persone in Italia, e ognuno la vive in maniera assolutamente personale e unica.

L’esperienza di Carlo Balduzzi, ad esempio, inizia 33 anni fa. Diabete di tipo 1, ed è solo un bambino.
Cosa ne sa di quello che gli succede nel corpo? Cosa ne sa di cibi che prima mangiava e poi non poteva mangiare più?
E cosa ne sa di parole che sono solo suoni, ma che in realtà aprono un mondo con il quale dovrà fare i conti per sempre?
In questi casi, sembra banale, o peggio ancora riduttivo, eppure il modo in cui viene spiegato cosa accade nel corpo, cosa succede se mangi alcuni cibi e cosa significano quelle parole che sembrano solo suoni, fa un’enorme differenza.
Non lo dico io, lo dice Carlo, che ricorda la sua infanzia come un infanzia serena e felice.
Ricorda il suo ricovero all’ospedale del Bambino Gesù a Palidoro come un momento in cui gli venivano insegnate nuove cose per stare bene. Mi racconta che i dottori dedicavano tempo alle mamme per introdurle a una cucina povera di zuccheri. E poi si ricorda il mare lì vicino. Il mare che salva sempre, che cura tutto.

Qualcosa era accaduto. Qualcosa di importante. Doveva mangiare a una certa ora, doveva rispettare una dieta, ma la vita continuava e tutte le passioni erano ancora lì ad aspettarlo.
E non se ne è persa nessuna. Il basket prima e ora la corsa, la mezza maratona e poi la maratona.
Correre come slancio verso la vita. La sua, quella degli altri.
“Un giorno mi sono accorto che vivevo in una sorta di isolamento dorato. Avevo accettato serenamente il mio diabete, ma non era così per la maggior parte delle persone con cui avevo a che fare” mi racconta.
Viene a conoscenza di realtà in movimento, realtà in corsa, come weloveinsulina e come ANIAD (Associazione Nazionale Italiana Atleti Diabetici).
Una rete di persone, per unire le persone. Una rete nata affinché nessuno si possa sentire solo.
Chi il diabete lo ha, e chi lo vive di riflesso. Le famiglie che spesso si trovano spaesate e disarmate, soprattutto nella fase dell’esordio.

Carlo ha creato una pagina nel cui nome, bene viene raccontata la sua idea (www.facebook.com/turbodiabete/), e nella quale il diabete diventa turbo-diabete, ovvero qualcosa che ti sprona a fare di più, a fare meglio. E poi ha deciso di raccontare anche le storie di altri, tramite video.
Ma la prima è la sua, vista dalla prospettiva di suo figlio Francesco.
“Ai bambini dovremmo sempre dire la verità su quello che ci succede, anche nel caso della malattia.”
Francesco sa tutto di quello che accade al suo papà, sa dell’insulina, della iper o della ipoglicemia. Certamente si è preoccupato, certamente, lo dice lui stesso nel video, ci sono stati momenti difficili, ma lo stesso entusiasmo del padre, appartiene anche a lui.
Nella saggezza del suo essere bambino, che vive il presente e del presente si occupa, come tutti dovremo fare.

a cura di Patrizia Dall’Argine