Alexander Zverev: un campione con il diabete di tipo 1

Oggi tutti conoscono Alexander Zverev: uno dei tennisti più forti al mondo, vincitore di 24 tornei del circuito maggiore, tra cui due edizioni delle ATP Finals, e medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Ma la sua storia comincia molto prima delle vittorie e del successo mondiale. Comincia da un bambino nato ad Amburgo nel 1997 a cui viene diagnosticato il diabete di tipo 1 a soli quattro anni, e da una famiglia che decide che quella non sarà una barriera, ma una consapevolezza da portare con coraggio, inseguendo il proprio sogno fino in cima al mondo.

Per anni Zverev ha tenuto per sé questa parte così intima e personale della sua vita, finché qualche anno fa non ha scelto di raccontarla pubblicamente, allo scopo di far capire a tanti giovani con il diabete che ciò che vivono ogni giorno non deve spegnere i loro sogni e per dimostrare quanto in alto si può arrivare anche con una patologia cronica. “I medici mi hanno sempre detto che con una malattia del genere non avrei mai potuto diventare un atleta professionista, soprattutto in uno sport fisico come il tennis. Voglio assicurarmi che il messaggio sia chiaro: farcela è possibile, e non bisogna mai porsi dei limiti solo perché si ha una patologia del genere“, ha spiegato Zverev in diverse interviste.
Quando il campione rese pubblica la sua condizione nel 2022, non si limitò a parlarne: insieme a suo fratello fondò la Alexander Zverev Foundation (qui il sito), un’associazione che mira ad aiutare giovani con diabete che ancora oggi in molte parti del mondo non possono permettersi cure adeguate, promuovendo allo stesso tempo uno stile di vita sano e sportivo.

Portare al livello più alto uno sport così intenso e fisicamente impegnativo come il tennis è decisamente una sfida, e se hai il diabete di tipo 1 ancora di più. Ma la storia di Zverev dimostra che è una strada possibile: da bambino preso in giro per essere “diverso”, a tennista al vertice del mondo. Oggi Zverev è un atleta che affronta match durissimi, dove ogni dettaglio conta, e ha dovuto imparare a gestire al meglio la glicemia quando il corpo chiede il massimo.

Nelle ultime partite è stato avvistato misurare la glicemia con un test capillare: un gesto semplice, quasi invisibile, ma significativo. Negli ultimi anni la gestione del diabete è cambiata profondamente grazie alle nuove tecnologie: molti pazienti, soprattutto i più giovani, oggi utilizzano sensori di monitoraggio continuo della glicemia (CGM) e altri sistemi che rendono più semplice controllare i valori glicemici e l’erogazione insulinica.

Ma ci sono momenti – soprattutto quando lo sforzo fisico è intenso, il sudore abbonda e serve un dato immediato e preciso – in cui il controllo capillare rimane un riferimento importante, una sicurezza in più. Anche questo fa parte della vita reale con il diabete: scegliere, adattarsi, ascoltare il proprio corpo.

La storia di Zverev è un messaggio potente e gentile allo stesso tempo: si può convivere con una patologia cronica e invadente senza rinunciare ai sogni; si può diventare campioni, nello sport o nella propria vita, considerando il diabete come una parte del percorso, e non come la definizione di ciò che si è destinati a essere. Perché, come lui stesso ha dichiarato, “Non ho mai lasciato che il diabete mi fermasse”.