“Con il diabete vinci quando stai nel qui e ora” una frase che Stefano Carnevali “lancia” alla fine della sua intervista, quando il microfono è già spento, in un flusso di pensieri che scoprirete essere raccontati da una penna a lui molto vicina.
Stefano ha il diabete di tipo 2 da così tanto tempo che non ricorda se il suo esordio sia stato 26 o 28 anni fa.
“È stato una scoperta accidentale: mangiavo e dimagrivo, il sogno di tutti”, sogghigna, “ma poi sono andato a donare il sangue e nel fare le analisi mi hanno trovato la glicemia altissima al punto da chiamare la mia dottoressa, che si è presentata a casa mia di sabato pomeriggio per farmi un’iniezione di insulina. Il lunedì ero già in ospedale per tutti i test del caso.”
La diagnosi non lo stupisce particolarmente (la sua reazione, sostiene, è stata al limite della superficialità), complice la familiarità col diabete di tipo 2 del padre, della zia, della nonna e altri parenti ancora. Solo quando Stefano inizia a frequentare il centro diabetologico di Scandiano, uno dei primi a cercare di seguire i pazienti a 360 gradi, cambia visione, scoprendo quello che per lui è il più grande imperativo: la necessità di un approccio olistico.
“A Scandiano ho incontrato per la prima volta una nutrizionista specializzata in diabete, per allora una cosa abbastanza rara. È lei che mi ha insegnato una nutrizione in cui io sono parte attiva: se conosci gli alimenti che puoi mangiare, ma anche quelli che non puoi mischiare, allora sì che puoi prendere decisioni consapevoli ed evitare quella che io chiamo ‘la morte civile dell’alimentazione’, ossia un approccio fatto solo di privazioni, insostenibile per qualunque paziente come me, che nel cibo trovo anche gioia.”
La condizione del diabete, racconta, va visto come un tavolino le cui gambe sono rappresentate dalla terapia farmacologica, dalla nutrizione, dallo sport e dalla gestione dello stress: “Ci sono persone (medici e pazienti) che credono basti occuparsi dei farmaci e della dieta, ma il tavolino con due gambe non sta su bene. Lo sport gioca un ruolo fondamentale nel tenere a bada le glicemie così come la gestione dello stress, perché quando siamo pieni di cortisolo ricerchiamo zucchero e diamo il via a un brutto circolo vizioso.”
Ecco, diciamo che se proprio non riesci a occuparti di tutte e quattro le gambe è bene che almeno tre siano salde.
Per un diabetico come Stefano, non è stato facile dare le giuste attenzioni a tutte le gambe del tavolo, specialmente a quella dello stress lavorativo.
Questo lo sappiamo non da lui, ma dalla figlia che (sorpresa!) sta scrivendo questa intervista e che ricorda fin troppo bene lo stress lavorativo del padre ma molto poco quello per il diabete perché “…fa parte di quello che io chiamo ‘pudore del malato’: non volevo essere compatito né tanto meno avere intorno stati ansiogeni che si sarebbero sommati alla malattia. Sullo stress lavorativo… beh ne ho avuto tanto, ma se avessi cambiato lavoro e fatto qualcosa che non mi piaceva le cose, anche secondo la mia attuale diabetologa, non sarebbero andate tanto diversamente!”
Nonostante il ‘pudore del malato’, Stefano si è raccontato con pazienza, riflettendo sul suo attuale rapporto col diabete e paragonandolo a uno zaino che sicuramente ti appesantisce, ma che puoi imparare a portare sulle spalle mentre sei in quella delicata ricerca di equilibrio tra una glicemia che ti fa sentire euforico ma troppo alta, e quella così bassa che “ti fa sentire appiattito come una Sottiletta. E ti chiedi: quindi non starò mai bene? Raggiungerò mai quel giusto mezzo? E se lo raggiungo quando lo rivedrò?”
Dopo tanti anni, una diagnosi di invecchiamento precoce del corpo e due ictus fortunatamente presi in tempo Stefano non sembra aver più dubbi sulle sue priorità.
“Sono arrivato alla conclusione che col diabete non vinci mai. Non se vedi la guarigione – che per ora non è certo in vista – come la vittoria raggiungibile. Quello che ho imparato è che invece ogni giorno ti svegli e c’è una nuova partita contro il diabete da giocare, quella di quel giorno lì. E la partita del giorno la puoi perdere se giochi male le diverse variabili, ma la puoi anche pareggiare quando va un po’ meglio. C’è solo un caso in cui vinci, quando dal pareggio medico riesci a stare nel qui ed ora e goderti quello che hai, perché non sai per quanto tempo ancora potrai goderne. Questa è la più grande vittoria che noi diabetici possiamo auspicare”.



